[POST IT]

Libertà d’apparire

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Io, nel pieno delle mie facoltà mentali, invoco la libertà d’apparire.

Libertà di uscire struccata se sono di fretta, o solo così, per portare in giro la mia vera faccia. Libertà d’indossare quel colore che mi sbatte ma mi fa tanta allegria, libertà di canticchiare tra me e me mentre cammino per strada. Invoco per ogni uomo e donna la libertà di ingrassare o dimagrire senza renderne conto al mondo, di ballare in piazza sulle note di un artista di strada. Libertà di essere una vecchina con i capelli lunghi e i vestiti a fiori, perché chi ha mai detto che vecchiaia significa grigiore?
Invoco solennemente la libertà di ridere senza riserva, di giocare anche da adulto, di saltare sui tappeti elastici o tuffarmi nella vasca delle palline. Libertà di mettere fiori nei capelli, di trascorrere un’intera mattina sdraiata su un prato a guardare le nuvole. Di parlare con ogni barbone che incontro per strada, di ascoltare la storia di quelle vite disperse tra un marciapiede e una stazione del treno.

Libertà di essere un’anima danzante, prima ancora che un volto e un corpo, uomo o donna di questa schiacciante società.

Ph. by Huu Hung Truong: donne vietnamite che ridono

#4 – Crescere è scoprire di essere esposti

Crescere è guardarsi allo specchio e indagare negli occhi privi di trucco.

Miriam se ne accorge fissando i propri, dal taglio orientale che in genere ama sottolineare con una spessa linea di eye-liner. E’ strano il potere nascosto in un semplice tratto nero, la miscela di insicurezza, vanità, desiderio e frustrazione racchiusa in un banale pigmento.

Crescere è guardarsi allo specchio e non riconoscersi, pensa scrutando quello che sarebbe il suo sguardo nella nudità del suo essere creatura, animale, parte del mondo come una pianta o una roccia. Gli occhi che la natura le ha dato all’uscita dal grembo materno, gli occhi con cui tornerà alla terra per sempre. Palpebre dal colorito traslucido e irregolare, un velo di ciglia sottili e rade, una pelle che priva di trucco si rivela di un rosa quasi disarmante.

E resta solo un paio d’occhi, e l’anima racchiusa dietro. (altro…)

#3 – Nebbia (sintesi di una caduta)

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C’è rumore.
Un rumore sordo, ovattato, di qualcosa che scivola piano, inavvertitamente.
Rumore di corpo che lentamente si assottiglia, sempre meno consistente, traslucido, quasi, sotto i raggi del sole.
Ti guardo e la luce ti passa quasi attraverso, accarezza il tuo viso stanco come fossi un ricordo, un dolce fantasma del passato.
Eppure sei qui, e se allungo la mano incontro la tua, le mie dita possono ancora sfiorarti.
Possono?

Rumore, ancora.
Stavolta di corpo che cade. Che fende l’aria con peso fittizio, che la attraversa senza neanche spostarne il pulviscolo. Cadi, ed è come se cadendo stia disperdendo la tua essenza.
Esisti, ancora. Ma fino a quando?
La mia mano ti sfiora una guancia, fruscio di pelle ormai asciutta, di fiori lasciati a seccare in un libro.
Mi appartieni, eppure non ti sento più mio.
Non ti sento più, mio.

Rumore?
Forse. Non sento l’impatto. Stai ancora cadendo, o ti sei dissolto prima di incontrare il suolo?
La tua voce è un’eco lontana, sconfina nel sogno. Forse è colpa della nebbia. Lanugine bianca che annulla i confini, sfuma i contorni, annacqua il tuo volto che già si scolora.
Mi sembra che parli, che chiami il mio nome. Sembra.

Tendo le dita, e non tocco che nebbia.
Condensa fredda, senza volto né voce.

Ora, silenzio.

E una bianca coltre di nubi.